Foscarini Fri, 19 Dec 2025 17:59:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.6.2 I personaggi del buio e il calore della luce nelle storie animate di Brian Rea https://www.foscarini.com/brian-rea-what-s-in-a-lamp/ Fri, 19 Dec 2025 17:59:36 +0000 https://www.foscarini.com/?p=474632 The post I personaggi del buio e il calore della luce nelle storie animate di Brian Rea appeared first on Foscarini.

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Illustratore, animatore e storyteller Brian Rea entra nell’universo di What’s in a lamp? trasformando le lampade Foscarini in presenze vive, intime e silenziose. Un progetto dove luce e personaggi dialogano con delicatezza, sorpresa e immaginazione.

Illustratore e animatore, Brian Rea costruisce da anni il suo lavoro intorno a storie intime e quotidiane, raccontate con un linguaggio visivo essenziale capace però di colpire con forza emotiva. Il suo linguaggio visivo attraversa con naturalezza illustrazione, animazione e storytelling, mantenendo sempre un equilibrio preciso tra semplicità formale e profondità narrativa. Vive in Svezia, un contesto in cui la luce – e la sua mancanza, soprattutto nei lunghi mesi invernali – assume un valore culturale ed emotivo centrale.

Ed è proprio da qui che nasce il suo contributo a What’s in a lamp?, il progetto editoriale che invita artisti internazionali a reinterpretare creativamente le lampade di Foscarini attraverso il proprio sguardo. Brian Rea è partito da una domanda tanto semplice quanto potente: e se i personaggi che abitano il buio fossero curiosi della luce? Che forma avrebbero? Come reagirebbero davanti a una lampada accesa? E che tipo di relazione nascerebbe tra loro?

Da queste domande prende forma una serie di piccole storie animate, dedicate a sei lampade Foscarini – Binic, Madre, Sunlight of Love, Spokes, Fleur ed Eolie – e popolate da personaggi timidi, curiosi, giocosi. Le lampade sono compagne, interlocutrici, presenze che osservano, accolgono, ascoltano, stimolano l’immaginazione. Non c’è spettacolarità né rumore: tutto accade nei dettagli, nei tempi sospesi, nei movimenti minimi.

«Sono sempre stato terrorizzato dal buio da bambino. Accendere una luce era un sollievo enorme: faceva sparire i mostri e calmava l’immaginazione. Credo che quelle paure abbiano poi influenzato il modo in cui racconto storie oggi»

Brian Rea
/ Artist

In un mondo che spesso urla per attirare attenzione, Brian Rea sceglie la via opposta, quella della delicatezza, in perfetta sintonia con il carattere delle lampade Foscarini: una luce che non invade, ma accompagna. Un invito a rallentare e a osservare cosa succede, dentro e intorno a noi, quando una stanza si illumina.

Ti muovi tra illustrazione, animazione e storytelling con un’incredibile naturalezza. Come descriveresti il tuo stile in poche parole?
Misurato, ma spero emotivo, spesso concentrato sui momenti più silenziosi.

 

I tuoi personaggi sono fragili, ironici ed emotivi, profondamente umani. Cosa ti ha portato a privilegiare questa dimensione intima rispetto a grandi narrazioni o figure eroiche?
Sono sempre stato una persona molto sensibile (mi capita spesso di emozionarmi guardando un film), ma ci ho messo molto tempo a capire che questo era anche il tipo di immagini che volevo creare. Illustro la rubrica Modern Love del New York Times da ormai quindici anni e, leggendo ogni settimana testi che parlano di vita, amore e relazioni in tutte le loro forme, credo di aver sviluppato una maggiore sensibilità nel raccontare le emozioni attraverso le immagini e nel suscitare una risposta emotiva in chi guarda.

 

Quali riferimenti culturali o artistici hanno influenzato maggiormente la tua formazione e il tuo percorso professionale?
Ce ne sono stati molti, in momenti diversi della mia carriera, ma fonti di ispirazione costante per me sono da sempre Ben Shahn e Saul Steinberg. Anche registi come Roy Andersson e Jacques Tati hanno avuto una grande influenza su di me, soprattutto per quanto riguarda il ritmo e la capacità di raccontare, con ironia e delicatezza, la gioia, il dolore e l’umanità racchiusi nei momenti di silenzio.

 

Puoi raccontarci il tuo processo creativo, dall’idea iniziale all’illustrazione o al video finale?
Tutto inizia sempre dalla scrittura, prima ancora del disegno: faccio molte liste, che poi diventano schizzi. Disegno tutto a mano, ma a volte utilizzo Photoshop per rifinire i colori o apportare piccoli aggiustamenti. In questa collaborazione ho selezionato sei lampade che avevano caratteristiche visive insolite o giocose. Per ognuna ho creato una breve storia, con un personaggio centrale che ne mettesse in evidenza un aspetto. Ho poi lavorato con un animatore straordinario, Bruno Persico, che ha dato vita a queste storie.

 

Nel tuo lavoro convivono spesso tenerezza e un umorismo sottile e silenzioso. Come è nato questo tuo modo di guardare e raccontare il mondo?
Sono cresciuto in una famiglia numerosa e molto rumorosa, in cui tutti amavano raccontare storie.  Io però ero troppo timido per raccontare storie a parole, così ascoltavo. Col tempo ho capito che riuscivo a condividere meglio le mie piccole avventure con le immagini, spesso in una sola vignetta o in brevi storie animate. Ed è diventato il mio modo di entrare in relazione con il mondo.

 

Hai raccontato che alcune storie nascono quasi già complete, mentre altre prendono forma più lentamente. Come capisci quando una storia è davvero conclusa?
Quando tutto inizia a scorrere con naturalezza, quando il disegno – o l’animazione, in questo caso – diventa fluido e il ritmo funziona. A volte me ne accorgo perché mi viene da sorridere guardandola: anche quello è un segnale.

 

In questa serie per Foscarini le lampade sono presenze vive: accompagnano, ascoltano, consolano, accendono l’immaginazione. Come hai costruito questo rapporto tra luce e personaggi?
Ho riflettuto a lungo sul mio rapporto con la luce. Da bambino avevo molta paura del buio e accendere una luce era per me un grande sollievo: faceva sparire l’oscurità e i mostri che la mia immaginazione vi proiettava. Oggi vivo in Svezia, dove durante l’inverno il buio può durare a lungo, e ritrovo le stesse paure nei miei figli. Ma cosa succederebbe se i personaggi che abitano il buio fossero curiosi della luce? Che aspetto avrebbero? Come reagirebbero davanti a queste lampade? Questa serie prova a raccontare proprio quella sorpresa, quella gioia e quella connessione che molti di noi riconoscono quando si accende una lampada.

C’è stata una lampada o un video della serie che ti ha sorpreso più degli altri o che ha rivelato una personalità inattesa?
La storia con la lampada Binic è quella che ho sentito più legata alla mia esperienza personale: in quella storia rivedo i miei figli, seduti insieme a guardare e a giocare. Ma amo profondamente la luce del sole, soprattutto durante gli inverni, quindi lavorare sulla lampada Sunlight of Love è stato particolarmente divertente. I miei due bambini, invece, hanno adorato l’animazione della lampada Eolie, probabilmente perché il personaggio fa qualcosa che non dovrebbe fare.

 

In questa serie l’emozione non è mai spettacolare, ma prende forma in piccoli gesti, pause e sguardi. Perché per te era importante lavorare su questa dimensione così intima?
Sono un grande sostenitore della forza silenziosa dei piccoli momenti e cerco sempre di catturarla in un’immagine. Il mondo può essere molto rumoroso e intenso, tutto sembra urlare per attirare la nostra attenzione. Queste lampade, invece, non lo fanno, ed è proprio questo che le rende speciali. Era importante che anche le animazioni riflettessero lo stesso “tono” delle lampade.

 

Qual è il video della serie che preferisci, e perché?
Probabilmente il mio preferito è quello dedicato alla lampada Sunlight of Love. Il nome da solo mi fa sorridere, e anche la splendida animazione realizzata da Bruno. Spero faccia lo stesso effetto anche su chi la guarda.

 

Infine: cosa significa per te creatività?
Trovare qualcosa che ami più di ogni altra cosa al mondo e farne il lavoro della tua vita, ogni giorno, senza compromessi.

 

Scopri la serie completa sul canale Instagram @foscarinilamps, ed esplora tutte le opere del progetto What’s in a Lamp?, dove artisti internazionali sono chiamati a interpretare la luce e le lampade Foscarini.

What’s in a lamp? Un progetto artistico e creativo a cura di Foscarini

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Fotografare l’immaginazione https://www.foscarini.com/fotografare-limmaginazione/ Thu, 04 Dec 2025 14:53:36 +0000 https://www.foscarini.com/?p=474501 The post Fotografare l’immaginazione appeared first on Foscarini.

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Intelligenza artificiale e sensibilità umana si uniscono nel progetto di Massimo Gardone per Foscarini: un racconto visivo che unisce la sensibilità di un artista alla capacità generativa dell’intelligenza artificiale, per restituire un nuovo modo di raccontare la luce.

Alla costante ricerca di linguaggi originali e inediti, non solo legati al prodotto, ma anche alla sua narrazione, Foscarini esplora un nuovo orizzonte visivo insieme a Massimo Gardone, fotografo e storico collaboratore del marchio. Un progetto che indaga le potenzialità dell’intelligenza artificiale come strumento espressivo, sempre però guidato da una mano umana, sensibile e consapevole. Un racconto in cui la tecnologia è uno strumento che amplifica lo sguardo umano, dove gli ambienti generati con l’AI accolgono lampade fotografate dal vero.

La ricerca, sviluppata da Foscarini con Gardone e il suo studio Azimut, ha avuto un obiettivo tanto semplice quanto ambizioso: insegnare al computer a “vedere” come il fotografo, restituendo quello sguardo sospeso e delicato che contraddistingue il lavoro che Gardone da anni porta avanti con il mondo dei fiori, soggetti preferiti – insieme al mare – delle sue esplorazioni personali. Migliaia di immagini floreali hanno invaso la memoria digitale della macchina, in un processo lungo e metodico, in cui ogni sfumatura, dettaglio del petalo, vibrazione cromatica veniva assorbita e ricodificata.

Con questo nuovo progetto fotografico, la stessa sensibilità è stata trasportata agli ambienti, in un affascinante slittamento di scala dal piccolo al grande, dal naturale all’immaginato, dal dettaglio fragile e naturale del fiore alla creazione di paesaggi domestici che accolgono le lampade Foscarini. Punto fermo del percorso sono le luci di Foscarini che rimangono reali, fotografate per preservarne l’autenticità e abitare spazi che appartengono al confine tra realtà e suggestione. Il risultato non è una replica del reale, ma un atto di traduzione poetica.

«La mia ricerca visiva nasce sempre dalla curiosità, dal desiderio di lasciarmi contaminare. Ho imparato a muovermi tra analogico e digitale come dentro un dialogo continuo; due linguaggi diversi, che si sfiorano e si completano, aprendo ogni volta nuove possibilità»

Massimo Gardone
/ Fotografo

La sperimentazione tecnologica è un terreno condiviso da Gardone e Foscarini: per entrambi la tecnologia non è un fine, ma un mezzo per dare forma alle idee. Nel lavoro di Gardone questo approccio si traduce in un dialogo tra gesto analogico e potenziale digitale, in cui l’intelligenza artificiale viene guidata, istruita, calibrata per amplificare lo sguardo umano, non sostituirlo. Il fotografo innesta sensibilità e intuizione nel processo tecnologico, restituendo un racconto inedito della luce Foscarini: un equilibrio tra materia e immaginazione, realtà e visione.

«Con il mio sguardo ho attraversato le epoche e le tecnologie: le prime sperimentazioni erano con il grande formato Polaroid 20×25, una pellicola che restituiva l’impalpabilità dei fiori; con il digitale ho spesso puntato al risultato inverso, volevo inoltrarmi nella matericità del mondo floreale ma immerso in un mondo evocativo, sospeso. La tecnologia mi ha sempre affascinato. Ho iniziato con un Amiga 1000 della Commodore: passavo ore a giocare con la luce del tubo catodico, appoggiavo le pellicole fotografiche sullo schermo e le rifotografavo con la Polaroid, intervenendo sui colori del monitor. Gestualità che oggi sembrano preistoriche, e che mi fanno pensare a Wim Wenders che in “Fino alla fine del mondo” immagina uno strumento che cattura dall’attività del cervello i sogni e li trasforma in immagini. Questa visione anticipa di decenni le attuali ricerche sull’AI.»

Massimo Gardone
/ Fotografo

«In Foscarini la sperimentazione non è mai fine a sé stessa, ma un modo per aprire nuovi orizzonti. Con questo progetto, insieme a Massimo Gardone, abbiamo esplorato le potenzialità dell’AI come strumento di creatività e di racconto, senza mai rinunciare alla sensibilità umana che è parte della nostra identità. È un approccio che ci offre nuove possibilità di comunicazione e che ci permette di dialogare con il nostro pubblico in modi sempre originali e distintivi.»

Carlo Urbinati
/Fondatore e presidente Foscarini

Un nuovo capitolo della vocazione di Foscarini alla sperimentazione e all’esplorazione di strumenti e linguaggi capaci di generare nuove opportunità. Un nuovo modo di affermare la propria identità di brand che vive nella luce, ma anche nel pensiero e nella cultura visiva.

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Dialoghi di luce: Jorge Arévalo illustra la relazione tra la luce e chi le dà forma https://www.foscarini.com/arevalo-foscarini/ Thu, 30 Oct 2025 16:21:15 +0000 https://www.foscarini.com/?p=474391 The post Dialoghi di luce: Jorge Arévalo illustra la relazione tra la luce e chi le dà forma appeared first on Foscarini.

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Per What’s in a Lamp?, l’illustratore e direttore creativo spagnolo Jorge Arévalo ritrae le lampade e i designer Foscarini con la sua cifra inconfondibile: linee essenziali, colori potenti, eleganza grafica. Un dialogo sospeso tra l’oggetto di design e l’autore che lo immagina.

Illustratore di fama internazionale, Jorge Arévalo vive e lavora a Madrid, dove alterna la direzione creativa al disegno. Dopo gli esordi in agenzia, ha portato il suo tratto inconfondibile su riviste come The New Yorker, Vanity Fair e Rolling Stone. Le sue figure sintetiche e vibranti nascono da pochi segni, ma sanno racchiudere ritmo, eleganza e carattere. “Cerco di definire un personaggio con la minor quantità possibile di informazioni,” spiega, “trasformando il minimalismo in linee fluide, in un gesto che dia ritmo e stile.”

Nel suo lavoro per What’s in a Lamp?, il progetto editoriale con cui Foscarini invita artisti e creativi di discipline diverse – illustratori, fotografi, scultori, animatori – a reinterpretare le proprie lampade secondo una prospettiva personale e libera, Arévalo mette in scena un dialogo tra i designer e le lampade che hanno creato.
Da un lato i grandi maestri – Rodolfo Dordoni con Lumiere, Ferruccio Laviani con Orbital, Patricia Urquiola ed Eliana Gerotto con Caboche, Marc Sadler con Twiggy – figure che hanno contribuito a definire la storia del design e autori di lampade iconiche del catalogo Foscarini. Dall’altro, due voci emergenti del panorama contemporaneo – Felicia Arvid con Pli e Francesca Lanzavecchia con Allumette – portano uno sguardo nuovo, vitale e sperimentale, che apre al futuro.

Dopo il progetto Chairs & Architects, dello stesso autore, qui lo sguardo si alza verso l’alto: la luce diventa la protagonista e le lampade diventano simboli di aspirazione e desiderio, presenze luminose che si riflettono nei loro designer.

“Le lampade mi affascinano, la luce di una lampada in una casa ci definisce più di una sedia. In questa serie tutto è più etereo, l’oggetto del desiderio è in alto, quasi da sfiorare con la punta delle dita.”

Jorge Arévalo
/ artista

Ogni illustrazione unisce rigore grafico e sensibilità narrativa. I colori – arancioni, magenta e turchesi, intensificati dal nero – donano luminosità e forza visiva, mentre la relazione tra lampada e designer emerge sempre con un tono umano e intimo. Il risultato è una galleria di ritratti essenziali e dinamici, dove il segno diventa luce e la luce diventa racconto.

Scopri la serie completa di Jorge Arévalo per What’s in a Lamp? su Instagram @foscarinilamps.

Da dove nasce il tuo interesse per il disegno e quando hai capito che poteva diventare il tuo percorso professionale?
Ho sempre disegnato. Da bambino, se non giocavo a calcio, stavo disegnando. Ma è stato solo quando ho iniziato a lavorare in agenzia come art director che ho cominciato a integrare l’illustrazione nei miei progetti di grafica. Da lì è nato un linguaggio, uno stile che si è presto fatto notare e ha iniziato a essere richiesto da riviste e giornali.

 

Ti definisci “illustratore” più che “artista”. Perché questa distinzione per te è così importante?
Illustrare è un’arte, ma non è “arte” nel senso puro del termine. Io sono un illustratore. L’illustratore punta la sua freccia verso un bersaglio e deve colpirlo; l’artista, invece, mette il bersaglio dove cade la freccia. Noi illustratori lavoriamo per un cliente, per un brand, con un briefing. Avere chiaro questo principio mi permette di lavorare con più professionalità — e allo stesso tempo mi dà piena libertà nei miei progetti personali.

 

Esiste un filo conduttore tra Jorge il direttore creativo e Jorge l’illustratore, o preferisci tenere separate queste due anime?
Sono inseparabili. L’una alimenta l’altra, la arricchisce, la amplia. L’illustrazione esiste solo dentro un contesto grafico: un disegno su un foglio, da solo, è solo un disegno, non un’illustrazione. Bisogna immaginarne l’atmosfera, il contesto, la storia che lo circonda. Credo che sia proprio questo a definire il mio stile.

 

Come descriveresti, in poche parole, il tuo stile distintivo?
Cerco di arrivare al personaggio con la minor quantità possibile di informazioni. Quel minimalismo deve però trasformarsi in movimento, in ritmo, in un’eleganza naturale del tratto.

 

Quali sono state le tue principali influenze culturali o artistiche?
L’illustrazione degli anni Sessanta e il cinema fino agli anni Ottanta. Guardo sempre ai classici: René Gruau, Miroslav Sasek, Al Hirschfeld, David Hockney… e ancora più indietro, Mucha, Toulouse-Lautrec, Schiele, e più lontano ancora, Velázquez, Goya, Caravaggio. Tutti, in modi diversi, mi hanno insegnato come costruire una figura e come darle anima.

 

Puoi raccontarci il tuo processo creativo, dall’idea iniziale all’illustrazione finale?
La chiave è non partire mai da un foglio bianco. Inizio sempre con un colore di fondo, che mi aiuta a stabilire il tono dell’immagine. Il mio lavoro è digitale, e questo mi consente di spostare elementi con la mentalità di un designer — come se stessi componendo un collage di forme e proporzioni.

 

Dopo Chairs & Architects, ti sei avvicinato alle lampade iconiche di Foscarini e ai loro designer. Qual è stata la maggiore sfida — o forse la principale attrazione — in questo nuovo parallelo?
Le lampade mi affascinano. La luce di una lampada in una casa ci definisce più di una sedia. In Chairs & Architects i protagonisti toccavano le loro sedie e guardavano verso il basso; in What’s in a Lamp? invece tutto è più etereo. L’oggetto del desiderio è in alto, quasi irraggiungibile, e la luce sembra qualcosa che puoi sfiorare solo con la punta delle dita.

 

Quanto hai cercato coerenza tra le varie illustrazioni della serie, e quanto invece un’identità unica per ciascuna lampada?
Ho cercato di mantenere una coerenza di proporzioni tra il designer e la lampada, ma volevo che tutto restasse umano. I designer dovevano apparire a loro agio accanto al proprio progetto — questa è stata la vera sfida.

 

Il colore ha un ruolo centrale nel tuo lavoro. Come scegli una palette cromatica? È più una scelta estetica o un linguaggio espressivo?
Dipende dal tipo di progetto. A volte una serie deve avere una palette coerente, così che il concetto resti dominante; altre volte, invece, è il personaggio o la scena a dettare i colori. Nel mio lavoro, il nero dà forza e struttura all’illustrazione, esalta gli altri colori. Le tonalità che tornano più spesso sono arancio, magenta e turchese: sono i colori che portano luce.

 

E come hai affrontato nello specifico il colore in questa serie per What’s in a Lamp??
Volevo colori potenti, che restituissero luminosità. In questo caso ho dato priorità all’oggetto rispetto al designer: era la lampada a dover risplendere.

 

In questa serie compaiono quattro designer affermati e due voci emergenti. È stato più difficile reinterpretare progetti iconici, già conosciuti da tutti, o dare forma a proposte nuove e ancora in evoluzione?
I progetti iconici hanno già una storia, un passato: è più facile coglierne l’essenza. Le creazioni nuove, invece, sono ancora in crescita, cambiano, stanno scrivendo la propria storia — e quindi richiedono più improvvisazione.

 

Guardando avanti, c’è un altro tipo di oggetto di design che ti piacerebbe reinterpretare con questo approccio?
Le automobili.

 

Infine: cosa significa per te la creatività?
Nelle mie illustrazioni, la creatività è quando lo spettatore può guardare l’immagine e sentirsi come se stesse spiando da una finestra della Casa Malaparte, o sbirciando dal buco della serratura di un club jazz a Harlem.

Scopri la serie completa sul canale Instagram @foscarinilamps, ed esplora tutte le opere del progetto What’s in a Lamp?, dove artisti internazionali sono chiamati a interpretare la luce e le lampade Foscarini.

What’s in a lamp? Un progetto artistico e creativo a cura di Foscarini

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Foscarini al Salone del Mobile.Milano a Riyadh 2025 https://www.foscarini.com/foscarini-al-salone-del-mobile-milano-a-riyadh-2025/ Fri, 24 Oct 2025 12:28:03 +0000 https://www.foscarini.com/?p=474327 The post Foscarini al Salone del Mobile.Milano a Riyadh 2025 appeared first on Foscarini.

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Dal 26 al 28 novembre 2025 Foscarini partecipa al debutto del Salone del Mobile.Milano a Riyadh, portando quattro referenze emblematiche della propria collezione come rappresentative del design italiano nel cuore dell’Arabia Saudita.

L’appuntamento internazionale di fine novembre sarà lo scenario in cui il design italiano si fa ponte tra cultura, innovazione e business: un punto di incontro tra il Made in Italy e l’ecosistema del design saudita.

L’allestimento, curato dallo studio di architettura Giò Forma, si presenta come un paesaggio di ponteggi modulari avvolti da un tessuto semitrasparente rosso: un colore-fil rouge che attraversa l’intera esperienza, traccia visiva che connette luoghi e persone, simbolo di energia e di futuro. Tra le trame di questo spazio, i prodotti di oltre 35 aziende italiane compongono un percorso in cui saper fare, audacia progettuale, armonia e circolarità si incontrano e tracciano nuove prospettive per il design contemporaneo.

Foscarini porta nell’esposizione Spokes, Buds e Caboche Plus – tre lampade che incarnano la sua visione libera del design: oggetti luminosi che, attraverso materiali e linguaggi differenti, interpretano la luce come esperienza, arredando lo spazio con presenza e carattere, sia da accese che da spente.

Nella Business Lounge, curata da Piero Lissoni, Twiggy illumina con il suo segno discreto e funzionale gli spazi dedicati agli incontri tra architetti e professionisti, creando un’atmosfera accogliente e informale.

Red in Progress – Salone del Mobile.Milano meets Riyadh
King Abdullah Financial District, Riyadh
26–28 novembre 2025

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Foscarini nell’ADI Design Index 2025 con tre progetti https://www.foscarini.com/adi-design-index-2025/ Thu, 16 Oct 2025 14:56:35 +0000 https://www.foscarini.com/?p=474266 The post Foscarini nell’ADI Design Index 2025 con tre progetti appeared first on Foscarini.

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Tre progetti – una lampada, una ricerca creativa e un libro – raccontano l’identità poliedrica di Foscarini, selezionata per l’ADI Design Index 2025. Un riconoscimento che celebra la libertà progettuale, la curiosità culturale e la capacità di trasformare la luce in un linguaggio di esplorazione e pensiero.

Dopo le numerose selezioni che negli anni hanno portato a due Compassi d’Oro – per Mite di Marc Sadler (2001) e per il progetto editoriale Inventario (2014) – l’Osservatorio Permanente del Design ADI riconferma l’interesse verso Foscarini con ben tre selezioni per l’ADI Design Index 2025: la lampada PLI di Felicia Arvid accanto al progetto culturale HABITUS frutto della collaborazione con Andrea Anastasio e i creativi di Amal, e alla monografia edita da Corraini in occasione del 40° anniversario del marchio. Tre percorsi differenti – un prodotto, un progetto di ricerca, un’opera editoriale – che insieme raccontano l’identità poliedrica di Foscarini, fatta di innovazione, libertà creativa e riflessione critica.

Presentato alla stampa il 15 ottobre, l’ADI Design Index 2025 si articola in un annuario, un sito dedicato e una serie di mostre.

PLI
La poesia della semplicità progettuale

Disegnata dalla giovane designer danese Felicia Arvid, PLI è una sospensione in cui la luce diventa struttura portante. Un gesto essenziale e poetico: un foglio sottile attraversato dalla fonte luminosa che si trasforma in pieghe e drappeggi tridimensionali. PLI unisce delicatezza formale e ricerca tecnologica, segnando la prima incursione di Arvid nel mondo dell’illuminazione e la capacità di Foscarini di scoprire e sostenere nuovi talenti.

 

 

HABITUS
La libertà della ricerca

Presentato alla Milano Design Week 2024, HABITUS è un progetto di ricerca che si muove nello spazio delle possibilità tra idea e prodotto. Un percorso in cui Foscarini si è confrontata liberamente con la creatività, regalandosi la possibilità di esplorare nuove direzioni nel mondo della luce, senza i limiti naturalmente imposti dalla produzione in serie. Nato dalla collaborazione con l’artista e designer Andrea Anastasio e con Arun Jothi e Natalie Frost, i creativi di Amal – atelier attivo tra India e Roma che realizza ricami e dettagli per la haute couture – HABITUS ha esplorato l’incontro tra luce, ricamo e alta sartoria. Perline, paillettes e strisce di PET tagliato al laser diventano materia viva che dialoga con la luce, generando texture cangianti, inattese e mai uguali. Nessuna delle opere è nata vincolata a una possibile applicazione industriale, ma per proporre un’esplorazione su cui riflettere in modo libero; perché, a volte, è grazie a una ricerca libera da costrizioni che si possono immaginare direzioni nuove. Per un’azienda, infatti, concedersi il tempo per riflettere, intessere connessioni e intraprendere incursioni creative in mondi apparentemente lontani non è solo un privilegio, ma anche una scelta coraggiosa come ha raccontato Carlo Urbinati.

Pubblicata da Corraini Edizioni con progetto grafico di Artemio Croatto/Designwork, il volume “Per qualcuno può essere semplicemente fare luce. Foscarini 1983/2023” celebra i primi quarant’anni dell’azienda, la cui storia è stata sin dall’inizio votata alla ricerca, all’innovazione e alla libertà creativa. Sei percorsi tematici, una selezione critica delle lampade, un regesto dell’intera produzione e contributi di studiosi, economisti, critici e designer delineano il profilo di un marchio che ha saputo unire tradizione e sperimentazione, industria e artigianato, cultura e impresa. Un’opera che restituisce l’anima di Foscarini: indipendente, eclettica, votata all’innovazione.

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Dal Buio, la Luce: Beppe Conti per What’s in a Lamp? https://www.foscarini.com/beppe-conti-whats-in-a-lamp/ Thu, 18 Sep 2025 14:13:20 +0000 https://www.foscarini.com/?p=472890 The post Dal Buio, la Luce: Beppe Conti per What’s in a Lamp? appeared first on Foscarini.

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Per What’s in a Lamp?, l’artista torinese Beppe Conti interpreta le lampade non come semplici sorgenti di luce, ma come strumenti che rendono visibile l’invisibile. Nei suoi digital collage, la luce delle lampade Foscarini fa emergere frammenti e strati nascosti, generando spazi onirici e suggestivi.

Scopri di più su What’s in a lamp?

Beppe Conti è illustratore e visual designer specializzato in collage digitale. Ispirandosi al surrealismo e all’inconscio, fonde elementi organici, visioni astratte e riferimenti tratti da epoche e culture differenti. La sua tecnica è un territorio di libertà che accoglie le contraddizioni e le trasforma in senso. Dove altri linguaggi creativi richiedono coerenza, il collage vive di contrasti e contaminazioni. Negli anni ha realizzato progetti editoriali, branding, mostre e collaborazioni multimediali, producendo immagini capaci di stupire e di far riflettere sul significato profondo delle cose.

Nel progetto What’s in a Lamp?, Conti esplora il dialogo tra luce e ombra. Il buio non è vuoto, ma un campo di possibilità : pattern, gradienti, architetture oniriche e frammenti di realtà emergono unicamente attraverso la luce. L’estetica si ispira alla grafica e alla psichedelia degli anni ’60 e ‘70, in cui il colore diventa vibrazione ed esperienza percettiva.

“Ho immaginato la lampada non come un semplice oggetto che illumina, ma come un dispositivo che genera visioni. Dal buio emergono pattern, gradienti e frammenti di realtà e la luce diventa una forza creatrice, capace di aprire piccoli mondi visivi.”

Beppe Conti
/ artista

Ogni lampada diventa una storia a sé. Aplomb appare come un elemento architettonico sospeso nel vuoto, dove la luce agisce come forza costruttiva, modellando lo spazio, definendo geometrie ed evocando architetture brutaliste. Dolmen è un monolite ancestrale, un reperto arrivato dallo spazio, che unisce memoria arcaica e immaginazione futurista. Binic, il cui design si ispira al mondo nautico, diventa un micro-faro psichedelico che emerge dall’oscurità, un segnale visivo che non solo illumina, ma segnala e orienta. Anche Gregg, Nile e Tobia trovano nell’universo surreale di Conti nuove, visionarie identità.

Combinando elementi provenienti da epoche e culture, Conti costruisce immagini che vivono nella tensione tra costruzione e decostruzione, tra realtà e immaginazione. Nella serie per Foscarini, le lampade non sono più semplici oggetti, ma metafore di trasformazione: ponti tra luce e ombra, tra terra e cosmo, tra presenza e sogno.

Segui Foscarini su Instagram per scoprire l’intero progetto What’s in a Lamp? e leggere l’intervista completa a Beppe Conti.

Ci racconti il tuo percorso artistico? C’è stato un momento chiave in cui hai capito che l’arte e l’illustrazione sarebbero diventate la tua strada?
Il mio percorso artistico nasce dagli studi in graphic design, che mi hanno dato le basi per ragionare sull’immagine come linguaggio. Poi, con il tempo, si è stratificato, un po’ come accade nei collage che realizzo. Il momento di svolta è arrivato quando ho iniziato a vedere nelle mie composizioni non solo un valore estetico, ma anche un vero e proprio modo di pensare per immagini. È stato lì che ho capito che l’arte e l’illustrazione potevano diventare la mia strada professionale.

 

Il collage digitale è la tua tecnica distintiva: come sei arrivato a questa forma espressiva e cosa ti permette di fare che altri linguaggi non consentono?
Ci sono arrivato quasi per necessità; cercavo un linguaggio che mi permettesse di unire epoche, stili e materiali diversi senza dovermi limitare a uno solo. Il collage digitale è per me un territorio di libertà che accoglie le contraddizioni e le trasforma in senso. Altri linguaggi chiedono coerenza, il collage invece vive di contrasti e contaminazioni, ed è questo che lo rende unico.

 

Nei tuoi lavori mescoli riferimenti di epoche e luoghi diversi: hai un tuo archivio visivo o ti affidi soprattutto al caso e alla scoperta?
Uso entrambi. Ho costruito negli anni un archivio di immagini, libri, riviste e fotografie, ed elementi distintivi che rappresentano una base solida. Ma spesso lascio spazio al caso: un’immagine trovata per caso diventa l’innesco di un’intera composizione. Il collage funziona proprio così, nel dialogo continuo tra archivio e scoperta imprevista.

 

Quanto contano intuizione e casualità rispetto al controllo nel tuo processo creativo?
L’intuizione e la casualità portano freschezza e movimento, il controllo costruisce la forma finale. Lavoro sempre in equilibrio tra abbandono e disciplina: ascolto le immagini, ma poi scelgo, tolgo, ricompongo fino a trovare una  giusta tensione.

 

Quando sai che un’immagine è “finita”?
È un momento intuitivo, non dipende da una regola precisa, ma da una sensazione di equilibrio. È come se l’immagine a un certo punto smettesse di chiedere interventi e iniziasse a respirare da sola. Allora capisco che è conclusa.

 

I collage che hai creato per il progetto What’s in a Lamp?appaiono onirici e misteriosi, ma nascondono anche un aspetto narrativo. Qual è la storia che hai voluto raccontare unendo il tuo immaginario con le lampade Foscarini?
Ho immaginato la lampada non come un semplice oggetto che illumina, ma come un dispositivo che genera visioni. Dal buio emergono pattern, gradienti e frammenti di realtà che non esisterebbero senza la sua luce. L’estetica guarda molto alla grafica e alla psichedelia degli anni ’70, in cui il colore diventa vibrazione ed esperienza percettiva, un linguaggio ideale per raccontare la luce Foscarini come forza creatrice, capace di aprire piccoli mondi visivi.

 

Ogni lampada esprime, quindi, un’identità diversa, ma sempre legata al filone luce/buio. Cosa significa per te esplorare questo contrasto?
Luce e buio sono poli opposti ma inseparabili. Nel collage rappresentano la possibilità di costruire e decostruire l’immagine, ma soprattutto parlano di percezione: vediamo solo ciò che emerge da un fondo oscuro. Con Foscarini ho lavorato proprio su questa dialettica, trasformando l’oscurità in una materia viva da cui scaturiscono colori e visioni.

 

Qual è stata la lampada su cui ti sei sentito più ispirato a lavorare e perché?
Dolmen mi ha ispirato molto per il suo carattere monumentale e ancestrale. La sua forma mi ha permesso di lavorare su immagini archetipiche, quasi rituali, in cui la luce diventa un richiamo a energie primitive, ma tradotte in chiave contemporanea.

 

Vedi il collage più come un processo di costruzione o di decostruzione?
È entrambe le cose. Costruisco un’immagine nuova decostruendo quelle preesistenti. Il collage vive della tensione tra memoria e invenzione; prendo ciò che già esiste e lo trasformo in qualcosa di inaspettato e nuovo.

 

Come convivono realtà e immaginazione nel tuo lavoro?
Sono intrecciate. La realtà fornisce i materiali (fotografie, texture, colori ed architetture). L’immaginazione li ricombina in configurazioni nuove. Il collage diventa così una realtà alternativa, fatta di frammenti riconoscibili ma assemblati in un racconto quasi onirico/surreale.

 

Dentro questo equilibrio, che ruolo hanno la meraviglia e la sorpresa?
La meraviglia è ciò che mi spinge a cercare, a tagliare, a collezionare immagini. La sorpresa arriva quando due elementi lontani trovano improvvisamente un legame; è un momento che non posso controllare del tutto, ed è proprio lì che nasce la vitalità del lavoro.

 

Per te, che cos’è la creatività?
Per me creatività è la capacità di guardare ciò che già esiste come se fosse nuovo. È un atto di spostamento, di cambio di prospettiva, ribaltare connessioni abituali, mettere in dialogo immagini, tempi e memorie diverse.

Scopri di più sulla collaborazione con Beppe Conti e la serie completa sul canale Instagram @foscarinilamps, ed esplora tutte le opere del progetto What’s in a Lamp?, dove artisti internazionali sono chiamati a interpretare la luce e le lampade Foscarini.

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La forma dell’idea: Peter Grundy interpreta Foscarini per What’s in a lamp? https://www.foscarini.com/peter-grundy-grundini-foscarini/ Thu, 07 Aug 2025 09:12:19 +0000 https://www.foscarini.com/?p=471320 The post La forma dell’idea: Peter Grundy interpreta Foscarini per What’s in a lamp? appeared first on Foscarini.

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Con il suo stile inconfondibile, fatto di forme essenziali e cromie decise, Peter Grundy trasforma, per il progetto editoriale What’s in a lamp?, le lampade Foscarini in archetipi visivi dei concetti che definiscono l’identità del brand. Un esercizio di sintesi e visione che ci invita a guardare la luce non solo come fonte, ma come significato.

Scopri di più su What’s in a lamp?

Peter Grundy ha costruito una carriera all’insegna dell’essenzialità ed è tra i pionieri dell’infografica concettuale. Dalla fondazione dello studio Grundy & Northedge nel 1980 fino ai progetti più recenti firmati come Grundini, ha scelto di lavorare con l’informazione più che con la pubblicità, dedicandosi a tradurre concetti complessi in immagini chiare, accessibili, universali. Il suo è un linguaggio grafico geometrico e narrativo fatto di equilibrio, misura, riduzione: un codice visivo riconoscibile e distintivo, al servizio dell’idea prima ancora che dell’immagine.

Per What’s in a lamp?, Grundy ha scelto di raccontare Foscarini attraverso sei lampade, sei valori, sei visioni: Lumiere parla di internazionalità, intesa come apertura e capacità del design Foscarini di dialogare con culture diverse, ognuna con il proprio modo di vivere la luce; Chouchin esplora il senso di casa come rifugio e spazio personale; Buds incarna lo spirito d’avanguardia e la tensione al futuro; Binic celebra la libertà creativa; Satellight racconta l’umanità degli oggetti luminosi e la loro capacità di generare legami emotivi; Kurage rende omaggio alla maestria artigianale, armonia tra mente, mano e materia.

Sei illustrazioni, ciascuna costruita sulla silhouette della lampada, animate da un sistema di simboli e icone che traducono visivamente ogni concetto valoriale. Ogni immagine di questo ciclo narrativo silenzioso è un sistema chiuso, denso ed eloquente.

“Il mio obiettivo era raccontare una storia per ogni illustrazione che riflettesse la filosofia e la personalità di Foscarini. Le lampade sono disegnate in modo semplice, popolate da iconografie che rappresentano i valori e creano energia visiva.”

PETER GRUNDY
/ ARTISTA

C’è qualcosa di profondamente filosofico nel modo in cui Peter Grundy guarda alla forma. Le sue immagini, ridotte all’essenziale, sono come ideogrammi contemporanei. In un’epoca satura di stimoli visivi, Grundy ci ricorda che sottrarre può essere più radicale che aggiungere. E che una lampada non è soltanto un oggetto che illumina: può essere una metafora. Di identità, di casa, di libertà. Di visione.

Segui Foscarini su Instagram il per scoprire l’intero progetto What’s in a lamp? e leggi l’intervista completa per approfondire la visione e l’approccio artistico di Peter Grundy.

Raccontaci brevemente il tuo percorso. Come sei arrivato a fare ciò che fai oggi?

Nel 1980 io e Tilly Northedge abbiamo fondato uno studio per esplorare il design dell’informazione in modo nuovo, immaginifico e personale. Primo, perché nessun altro lo faceva. Secondo, perché già al Royal College of Art, due anni prima, avevamo iniziato a interessarci a un tipo di design più orientato a spiegare le cose che a venderle. Nei 26 anni successivi, come Grundy & Northedge, abbiamo ridefinito quello che oggi viene chiamato infografica.

La rivista Graphis scrisse: “Nel mondo del design, comunicare informazioni non ha mai goduto del fascino riservato ad altri ambiti più scenografici. Disegnare un manifesto può trasformare un designer in un artista, creare l’identità visiva di una multinazionale lo consacra a stratega. Ma chi si occupa di progettare mappe per un quartiere residenziale, o istruzioni per annodare un papillon?”. La risposta eravamo noi: Peter Grundy e Tilly Northedge.

Nel 2006 ho fondato Grundini per concentrarmi su progetti più piccoli, guidati dalla creatività, collaborando con altri designer e agenzie. Angela Wilkinson, ex collega a Scenario, ha scritto: “Oggi Peter Grundy, alias Grundini, affronta il caos contemporaneo progettando architetture del futuro semplici, condivise e accessibili”.

 

Chi sono le figure chiave (designer, artisti, illustratori) che hanno influenzato la tua formazione visiva e creativa?

Benno Zehnder, che mi ha insegnato lo stile svizzero quando frequentavo la Bath Academy of Art tra il 1973 e il 1976. E Lou Klien, che mi ha introdotto allo spirito americano al Royal College of Art, dal 1976 al 1979.

 

Hai spesso detto che il tuo stile nasce dalla necessità e dalla semplicità. Cosa significa per te “economia visiva” e quanto è centrale nel tuo lavoro oggi?

Abbiamo creato uno stile di disegno nel 1980 per comunicare le nostre idee, partendo dai metodi geometrici che avevamo appreso per progettare simboli, marchi e lettere. Nel tempo lo stile si è evoluto, ma il principio è rimasto lo stesso: comunicare idee in modo semplice e universale, senza bisogno di parole.

 

Raccontaci il concept della tua serie per What’s in a lamp?. Quale storia volevi raccontare partendo dalle silhouette delle iconiche lampade Foscarini?

Mi interessava raccontare una storia precisa per ogni lampada, capace di riflettere i valori di Foscarini. I temi su cui ci siamo concentrati sono: internazionalità, casa, avanguardia, artigianalità, libertà e umanità.

 

Qual è stato il valore più difficile da tradurre in linguaggio visivo?

Avanguardia.

E quale invece ha risuonato di più con la tua visione? Quello che ti ha ispirato di più?

Avanguardia, senza dubbio. Cosa c’è di più stimolante di una visione del futuro? La mia idea era una lampada come sistema solare, con il pianeta Terra al centro e il futuro che le orbita intorno.

 

Lavori con immagini statiche, ma capaci di raccontare una storia. Cosa rende forte una narrazione visiva senza movimento nè parole?

Il cuore di ogni progetto è l’idea. Viene prima di qualsiasi immagine, simbolo o animazione. Tempo fa ho realizzato un diagramma per spiegare il mio approccio: mostra un iceberg, dove la punta è l’immagine, ma la parte più grande, quella sommersa, è l’idea.

 

Come scegli simboli o icone quando trasformi concetti complessi in immagini? Segui un metodo preciso o ti affidi più all’istinto?

Invento icone e simboli che raccontano una storia in modo efficace ed elegante, un po’ come si fa con un linguaggio scritto.

 

Come affronti la scelta dei colori? È più una questione estetica o usi il colore come linguaggio per trasmettere significati?

Il colore ha due funzioni: segnalare e rendere le cose belle. Lo scelgo in modo istintivo. Spesso combinazioni che a prima vista sembrano dissonanti, come rosa e arancione o marrone e grigio, funzionano benissimo se usate nelle giuste proporzioni. L’ho imparato lavorando con gli architetti.

 

Le infografiche sono nate per semplificare. Le vedi ancora come uno strumento funzionale o come una forma d’arte?

Quando ho iniziato, nel 1980, nessuno faceva infografica in modo creativo. Al Royal College of Art, alla fine degli anni ’70, abbiamo visto un’opportunità. All’epoca la maggior parte dei designer si occupava di pubblicità, branding, packaging – gli ambiti più “glamour”. Con Tilly Northedge abbiamo fondato Grundy & Northedge con l’idea di fare informazione con la stessa creatività della pubblicità. Raccontavamo storie e spiegavamo concetti complessi usando arte e idee.

 

Qual è il consiglio più utile che hai ricevuto nella tua carriera? E quello che ti ha davvero fatto riflettere?

C’è solo una cosa peggiore dell’essere scarsi: essere mediocri.

 

Cosa significa per te creatività?

Libertà di esprimere la propria individualità.

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Foscarini a 3daysofdesign: luce, arte e ispirazione. https://www.foscarini.com/3daysofdesign-2025/ Thu, 29 May 2025 15:18:14 +0000 https://www.foscarini.com/?p=425507 The post Foscarini a 3daysofdesign: luce, arte e ispirazione. appeared first on Foscarini.

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Dal 18 al 20 giugno, Foscarini ti aspetta a 3daysofdesign a Copenaghen nella suggestiva cornice di Alice Folker Gallery (Esplanaden 14). Un’occasione per esplorare i nuovi prodotti presentati in anteprima a Euroluce, un’installazione artistica di Bennet Pimpinella e momenti di dialogo e ispirazione.

Dove trovarci

Nuove collezioni

In esposizione a 3daysofdesign il progetto dedicato all’archetipo dello Chandelier reinterpretato in chiave contemporanea. Protagonisti di questa esplorazione formale sono ASTERIA, disegnato da Alberto e Francesco Meda, ALLUMETTE e TILIA di Francesca Lanzavecchia, ed ÈTOILE, firmato da Dordoni Studio: quattro visioni che fondono ricerca estetica, innovazione tecnica e poetica della luce.

Accanto a questi, Foscarini continua la sperimentazione sui materiali con EOLIE un progetto pionieristico che utilizza pietra lavica riciclata per dare forma a lampade dal forte carattere materico, e la nuova versione a parete di APLOMB, che reinterpreta l’iconico modello in cemento dalla presenza sobria ed essenziale.

Eventi per lasciarsi ispirare

18 – 19 GIUGNO | 16:30–17:30
Aperitivo con l’artista
Scopri il mondo visivo di Bennet Pimpinella, autore dell’installazione video che fonde pellicola analogica graffiata e luce Foscarini, dando vita a un’esperienza immersiva sospesa tra dimensione digitale e fisica.

20 GIUGNO | 10:30–11:30
The Art of Enlightenment
Un talk mattutino dedicato alla reinterpretazione di un grande classico: lo chandelier. Con Matteo Urbinati (Design Coordinator & Marketing Director di Foscarini) e Bruun Rasmussen, per riflettere su come la luce possa evolvere tra memoria e innovazione.

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Tra natura e sogno: i paesaggi di carta e luce di Helen Musselwhite per Foscarini https://www.foscarini.com/helen-musselwhite-foscarini/ Thu, 22 May 2025 09:25:00 +0000 https://www.foscarini.com/?p=425136 The post Tra natura e sogno: i paesaggi di carta e luce di Helen Musselwhite per Foscarini appeared first on Foscarini.

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L’universo artistico di Helen Musselwhite si compone di ritagli di carta, pieghe e ombre che raccontano la meraviglia del mondo naturale. Per What’s in a lamp?, l’artista reinterpreta alcune lampade Foscarini, trasformandole in paesaggi onirici di carta. Un delicato dialogo tra luce, natura e artigianalità, che rivela la poesia nascosta negli oggetti quotidiani.

Scopri di più su What’s in a lamp?

Nel suo studio a Manchester, alle porte della campagna inglese, Helen Musselwhite dà forma a paesaggi incantati intagliando e sovrapponendo ritagli di carta con una maestria che unisce artigianalità, visione artistica e innovazione. La sua arte esplora la bellezza della natura con un’attenzione minuziosa al dettaglio: dai piccoli animali ai paesaggi incantati ogni elemento è costruito con precisione e poesia, e un materiale semplice come la carta genera scenari narrativi densi di suggestione.

Per il progetto What’s in a Lamp? di Foscarini, l’artista britannica ha creato una serie di opere che reinterpretano alcune lampade Foscarini, scelte tra quelle in cui il design o il nome evocano elementi del mondo naturale.

Mediante la la sua inconfondibile tecnica di layering — una costruzione minuziosa, strato dopo strato, con carte di diversi pesi e colori — ogni lampada è incorniciata in un racconto tridimensionale che si sviluppa a partire dalla sua forma, evocando emozioni e visioni. In queste composizioni, la luce non è solo un soggetto: è una materia viva che dialoga con la carta, modellando le scene, generando ombre, profondità e ritmo. Il risultato sono opere tanto delicate quanto complesse, capaci di trasportarci in una dimensione sospesa tra sogno e realtà, dove ogni lampada diventa una porta d’accesso a un mondo da esplorare.

“Mi piace l’idea che, con la carta, possa creare qualsiasi cosa la mia creatività desideri. È un materiale semplice, ma le possibilità sono infinite. Carta e luce diventano entrambe materie che plasmo: attraverso la stratificazione e il gioco di luci e ombre posso dare profondità, suggerire movimento e raccontare storie che si accendono sotto lo sguardo di chi osserva.”

HELEN MUSSELWHITE
/ ARTISTA

Scopri l’universo immaginifico di Helen Musselwhite: leggi l’intervista completa per conoscere più a fondo la sua visione creativa. Segui su Instagram il progetto What’s in a Lamp?, e lasciati ispirare dalle prossime visioni di luce.

Raccontaci un po’ di te e del tuo percorso. C’è stato un momento o un’esperienza che ti ha spinto a intraprendere una carriera nell’arte?

Vengo da una famiglia di artisti e creativi dilettanti. Sin da piccola, ero circondata da esempi di creatività: mio nonno dipingeva con gli oli mentre ascoltava musica classica, mio padre riparava di tutto, dai giocattoli ai trattori, e mia madre, che è stata la principale fonte di ispirazione per i miei interessi creativi, sperimentava continuamente nuove attività artistiche e mi incoraggiava a fare lo stesso. L’influenza di questo spirito è presente in tutto ciò che faccio, e per questo sono davvero grata.

 

Come descriveresti il tuo stile?

Il mio stile è grafico, colorato e intricato. Si basa molto sull’artigianato, sul processo e sul dettaglio. In passato ho cercato la perfezione, ma ultimamente sto cercando di accogliere le imperfezioni che inevitabilmente derivano dal mio lavoro manuale, un po’ nel senso del Wabi Sabi. Penso che sia anche una reazione all’AI.

 

Cosa ti ha attratto della carta come materiale principale? E cosa ti affascina ancora delle sue infinite possibilità?

Ho iniziato a usare la carta perché è un materiale semplice, accessibile e molto versatile. Le prime opere erano tutte bianche, e mi piaceva l’idea che, pur aggiungendo complessità e dettaglio, mantenessero una qualità calma e minimale, perché era bianco su bianco. Ma presto è arrivato il colore! I motivi iniziali che mi hanno spinto a scegliere la carta mi affascinano ancora oggi: amo che un semplice foglio possa trasformarsi in qualsiasi cosa la mia creatività desideri.

 

Le tue opere tridimensionali di carta sono riconoscibili per la loro complessità, l’uso dei colori vividi e una forte componente narrativa. Come sei arrivata a sviluppare questo stile così distintivo?

Il mio lavoro si colloca tra il 2D e il 3D; il modo migliore per descriverlo è 2.5D. A volte il mio lavoro diventa completamente tridimensionale, ma mi piace stare in quella zona intermedia. Ho iniziato a usare la carta e la tecnica del layering perché non mi sentivo sicura nel lavorare nel tradizionale 2D. Inoltre, non avendo imparato a illustrare digitalmente, sentivo il bisogno di aggiungere qualcosa di originale, qualcosa che mi distinguesse.

Negli ultimi anni, mi sono concentrata molto sull’aspetto narrativo del mio lavoro, spesso ispirato ai ricordi d’infanzia: la gioia e il senso di meraviglia che provavo visitando villaggi in miniatura, creando giardini su coperchi di scatole di biscotti e, in particolare, alcune immagini hawaiane che appartenevano a uno zio, fatte di strati di carta, corteccia e rametti. Volevo davvero entrare in quei mondi, rimpicciolirmi e camminarci attraverso!

 

Come si inserisce questa collaborazione per il progetto What’s in a Lamp? nel tuo approccio artistico?

Sono stata molto felice di contribuire a What’s in a Lamp?. Il mio interesse per la creatività si estende anche al design di interni e di prodotto, e Foscarini è un marchio che seguo con interesse per la sua innovazione, distintività e artigianalità. Tutti questi elementi sono ciò che ammiro e cerco di riprodurre nel mio lavoro.

 

Qual è il tuo processo creativo quando lavori alle tue opere? Hai rituali o abitudini particolari che segui per stimolare la tua visione artistica?

Il mio processo creativo è principalmente analogico. Inizia con appunti e schizzi veloci che poi ingrandisco con una fotocopiatrice e perfeziono decidendo strati e dettagli. Aggiungo colore ai miei schizzi con pennarelli, una parte del processo che adoro e che faccio da quando ero bambina, anche se allora usavo semplici pennarelli e non quelli costosi di oggi!

Poi passa alla fase di realizzazione: gli strati e gli elementi vengono tracciati sulla carta, ritagliati e assemblati.
L’ultima fase è la fotografia, dove mi immergo nel mondo digitale, da sola o, preferibilmente, con un fotografo professionista.
Mi piacerebbe che il mio processo fosse più ordinato, ma il mio studio, purtroppo, diventa sempre un disastro, quindi dopo ogni progetto faccio una bella pulizia per prepararmi a fare tutto da capo! Un’altra parte importante della mia giornata è fare una passeggiata. È qualcosa che facevo con il nostro Labrador Earl (rip), e che continuo a fare. Trascorro molte ore seduta a fare azioni ripetitive, quindi sento il bisogno di una pausa, sia per il corpo che per la mente. Spero anche di avere presto un altro amico a quattro zampe con cui condividere le passeggiate…

 

Ci racconti qual è il concetto centrale o l’ispirazione alla base della serie What’s in a Lamp??

L’ispirazione dietro la serie What’s in a Lamp? nasce dall’idea dei designer o dai nomi delle lampade che ho scelto. Il filo conduttore che unisce i vari lavori sono le silhouette che fungono da cornice, attraverso le quali si svelano strati e dettagli all’interno. Questo approccio ha funzionato bene in questo progetto per definire la forma e il contorno delle lampade, e mettere in evidenza le storie e i concetti di design all’interno delle forme stesse.

 

La natura gioca un ruolo centrale nel tuo lavoro. Come si è manifestata questa connessione in questa serie? C’era qualche emozione o storia particolare che volevi trasmettere?

Alcune delle lampade che ho scelto di rappresentare sono collegate alla natura, sia nel nome che nel design. Per questo motivo, sono state una fonte naturale di ispirazione.

Hai un’opera preferita in questa serie? Cosa la rende speciale?

Birdie e Gregg sono state le prime che ho scelto. Mi piaceva l’idea che illuminassero un momento fugace: un uccello che vola e creature notturne che passano nella luce che esse proiettano.

 

Cosa significa per te la creatività?

Per me la creatività significa essere ispirati a pensare, fare o creare qualcosa. È qualcosa di fugace, che a volte è difficile catturare e definire, ma che è sempre intorno a noi.

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Dentro il Progetto: Dordoni Studio racconta la sua proposta di chandelier https://www.foscarini.com/dentro-il-progetto-dordoni-studio-racconta-la-sua-proposta-di-chandelier/ Wed, 09 Apr 2025 10:26:54 +0000 https://www.foscarini.com/?p=386067 The post Dentro il Progetto: Dordoni Studio racconta la sua proposta di chandelier appeared first on Foscarini.

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Mattia Cimadoro e Giuseppe Mauro guidano ora Dordoni Studio, la loro prima sfida in questa nuova fase è stata, nel campo dell’illuminazione, la progettazione di Etoile: un progetto in cui rivivono la leggerezza eterea e la sobria ma decisa eleganza che hanno sempre caratterizzato le creazioni del maestro, unite a una luce d’atmosfera discreta e sofisticata.

Vi eravate mai cimentati nella progettazione di uno chandelier?

«Mai. E un po’ di timore c’era nell’affrontare una sfida del genere, perché lo chandelier non è un tema semplice. Una lampada da tavolo può avere una presenza più discreta e circoscritta, mentre uno chandelier è quasi sempre il protagonista dello spazio. La sfida era grande, ma proprio per questo anche stimolante».

Come l’avete affrontata?

«Abbiamo scelto di proseguire il percorso intrapreso con Foscarini negli ultimi anni, con lampade come Fleur e Chapeau, lavorando sulla trasparenza e sulla leggerezza ed eliminando il superfluo. La nostra prima sfida è stata capire se fosse possibile trasferire quelle intuizioni su una lampada così importante.
Noi cerchiamo sempre di portare avanti un pensiero, una visione della luce e del design nel solco degli insegnamenti di Rodolfo. Non potevamo che partire da lì e cercare di ottenere uno chandelier etereo, una presenza che galleggia nello spazio e diffonde la luce con morbidezza, dal carattere discreto e trasversale».

Come è nata ETOILE?

«Siamo partiti dal classico lampadario muranese, in cui il vetro è l’elemento decorativo principale e la struttura si organizza a raggiera attorno a uno stelo.
Abbiamo lavorato per sottrazione: prima eliminando lo scheletro centrale, poi i bracci che sorreggono i punti luce. Infine, pur mantenendo il vetro come materiale fondamentale, abbiamo eliminato qualsiasi decorazione superflua.
L’obiettivo era preservare la ricchezza insita in questa tipologia di lampada, ma esprimendola in un linguaggio più contemporaneo, costruendo il progetto non attraverso la decorazione, ma il gioco dei volumi».

 

Come si elimina il corpo centrale mantenendo però l’effetto chandelier?

«Il vuoto centrale di ETOILE è, in realtà, apparente. Al suo interno si cela un cilindro di Pyrex trasparente quasi impercettibile, che funge da struttura portante dell’intera composizione. Da questo nucleo si diramano piccoli cilindri che sostengono i moduli illuminanti – lampadine accolte in diffusori in vetro semicilindrico – disposti su tre livelli nella versione Grande, e unico nella Ronde.
Il cilindro accoglie anche i cavi elettrici a vista, lasciati liberi di muoversi, quasi a reinterpretare il decoro dei bracci in una forma estremamente stilizzata e minimale.
Nelle lampade muranesi tradizionali, l’elemento centrale è il fulcro decorativo, impreziosito da steli, catene e dettagli ornamentali. Qui, invece, lo sguardo incontra un vuoto essenziale, attraversato solo dai cavi che distribuiscono l’elettricità a ogni punto luminoso, trasformando l’assenza in una presenza sottile e dinamica».

 

Come avete costruito i moduli illuminanti?

«L’intero progetto ruota attorno alla figura del cilindro. Il modulo illuminante è composto da una lampadina e un diffusore in vetro soffiato a sezione cilindrica.
Nella Grande Etoile le porzioni di vetro variano nei diversi livelli: nei piani superiore e inferiore corrispondono a due terzi di un cilindro, mentre al livello intermedio – che definisce anche il profilo più esterno del volume – assumono la forma di mezze circonferenze, le medesime che compongono la Etoile Ronde.
Il vetro utilizzato per il diffusore è acidato, privo di decorazioni o lavorazioni particolari, e si distingue esclusivamente per la sua essenziale geometria».

In che modo ETOILE rimane legato alla tradizione?

«L’estetica complessiva è rigorosa e industriale nel disegno, ma con un richiamo sottile alla tradizione. Il vetro acidato del diffusore evoca l’artigianalità muranese, mantenendo un filo conduttore con le lampade che abbiamo sempre progettato per Foscarini.
L’impatto visivo del lampadario non deriva dal decoro – che è volutamente assente – ma dalla sua composizione: un equilibrio di pieni e vuoti che, pur utilizzando un linguaggio contemporaneo, richiama l’immaginario dello chandelier».,

 

Come è cambiata ETOILE nel passaggio dal concept al prodotto?

«L’idea iniziale era creare una struttura di vetro completamente autosostenuta. Tuttavia, le peculiarità del vetro soffiato ci hanno indirizzati, insieme a Foscarini – il cui contributo è stato fondamentale nello sviluppo del progetto – verso l’utilizzo di un cilindro centrale in Pyrex, un vetro industriale, più resistente e strutturalmente affidabile, che funge da elemento di sostegno.
Questa scelta è anche un fil rouge con le più recenti lampade disegnate per l’Azienda: Chapeau ha uno stelo in Pyrex, e Fleur utilizza lo stesso materiale».

 

Quindi ETOILE è realizzata con due tipologie di vetro diverse?

«Esatto. Il Pyrex, scelto per la struttura portante, mentre per i diffusori abbiamo optato per il vetro soffiato, apprezzato per la sua qualità estetica.
L’acidatura conferisce una texture setosa e permette alla luce di diffondersi in modo morbido e discreto, creando un’atmosfera rarefatta».

 

Che tipo di luce offre ETOILE?

«Non si tratta di una luce diretta o invasiva. Le lampadine consigliate hanno una finitura argentata sul fronte, una scelta che ha una doppia funzione: da un lato, garantisce un’estetica coerente con la lampada, dall’altro, orienta la luce verso il vetro, permettendo al diffusore di assorbirla e redistribuirla in modo armonioso e avvolgente.
Il vetro non è quindi solo un elemento di schermatura, ma diventa il vero protagonista, come se generasse la luce invece di limitarsi a diffonderla.

 

C’è più Venezia o più Milano in ETOILE?

«Il punto di partenza è sicuramente veneziano. Ma il disegno a cui siamo arrivati, profondamente studiato, si ispira senza dubbio all’eleganza essenziale della Milano della metà del secolo scorso.»

Luce che non è solo funzione, ma presenza, carattere, espressione.

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